I 9 mesi del papà

Maddalena ventura

Il quadro raffigura una donna di Accumoli, Maddalena Ventura, alla quale cominciò a crescere copiosamente la barba durante la gravidanza, all’età di trentasette anni: nel 1631 la donna venne chiamata a corte dal viceré di Napoli, il duca di Alcalá, insieme al marito e al figlioletto e venne fatta ritrarre dallo Spagnoletto.

Questo articolo l’ho scritto pensando a mio fratello che tra qualche mese diventerà papà per la prima volta.

La letteratura scientifica sulla genitorialità dal punto di vista della madre è molto ricca; io stessa oltre ad averla vissuta in prima persona e quindi conoscerne la dimensione emotiva “dall’ interno”, ho approfondito la Teoria dell’Attaccamento elaborata da John Bowlby nella mia tesi di laurea “La gravidanza in adolescenza: i modelli operativi dell’attaccamento”.

Meno materiale c’è invece sulla figura paterna e sulla sua dimensione emotiva mentre “attende”.

Così come per la madre anche un uomo che sta per diventare padre si trova in una fase fondamentale della vita che porta con se una profonda trasformazione della sua identità.

L’argomento è interessante e presenta parecchi aspetti da tenere in considerazione. Oggi voglio cominciare questo filone iniziando dalla “Sindrome del ritardo”.

Sono affetti da questa sindrome tutti quegli uomini che prima di decidersi a formare una famiglia aspettano. Aspettano un lavoro stabile, uno stipendio più alto…oppure fanno fatica a lasciare la casa dei genitori per motivi di comodo che contribuiscono a spostare in avanti nel tempo l’età dell’assunzione di questa responsabilità.

“Il modo migliore per non diventare mai padri consiste nel continuare a vivere da figli” (Alberto Pellai, 2007).

Ebbene sì, a differenza delle generazioni passate che si lanciavano con fiducia nel futuro, le giovani generazione pare abbiano più timore di cambiare il loro status anche per una difficoltà a percepirsi e rappresentarsi in una nuova maniera.

Può essere facile e casuale per un uomo diventare padre, ma sentirsi padre assolutamente no.

Infatti non si tratta solo di mantenere la famiglia, ma di un coinvolgimento psicologico che presuppone la capacità di mettersi in relazione con il feto prima e con il bambino poi.

Quand’è che un uomo è pronto per diventare padre?

Non esiste una risposta giusta. All’annuncio della gravidanza della propria compagna/moglie/fidanzata si alternano naturalmente reazioni di gioia e di paura.

Entrambe le emozioni devono esserci, l’importante è che la paura non prenda il sopravvento!

Per esempio, non è insolito che un uomo possa reagire cambiando il suo comportamento verso la futura mamma o attuando un vero e proprio comportamento di fuga: tornare più tardi da lavoro, uscire frequentemente con gli amici, intraprendere una relazione extraconiugale, oppure soffrire di impotenza perché preso dall’insicurezza e dalla paura di far male al bambino durante il rapporto sessuale.

Nei casi limite si verificano persino disturbi nevrotici, definiti “Psicosi paterne”, come accade nella gravidanza isterica, che colpiscono alcuni futuri padri. I disturbi più frequenti lamentati da questi uomini sono: mal di testa, mal di schiena, disturbi gastrointestinali (nausea, vomito), ecc. Praticamente gli stessi sintomi e disturbi tipici dello stato di gravidanza; sintomi che in queste forme estreme possono rappresentare un modo per rivaleggiare con la propria compagna e/o essere espressione della propria empatia nei suoi confronti.

Una curiosità: Questo disturbo affonda le sue origini nell’antico rituale simbolico della Couvade (letteralmente, la covata), in cui un uomo imita il parto mentre la moglie lo sta effettivamente affrontando.

L’ antropologo Sir Edward Burnett Tylor (1832/1917), oltre ad aver contribuito allo sviluppo dell’antropologia con la Teoria dell’animismo, ( “la dottrina generale delle anime e degli altri esseri spirituali, che costituisce la base della teoria dell’evoluzione e delle origini della religione primitiva”); trattando del matrimonio elaborò il concetto di Couvade, da cui deriva l’omonima sindrome, un rituale che serviva ad indurre gli spiriti maligni a seguire il futuro papà in modo che madre e figlio potessero rimanere illesi.

A livello simbolico sottolineerebbe l’importanza del ruolo del padre nella gravidanza coinvolgendolo completamente.

Al di là della sindrome è un peccato che questo simbolismo psicologico si sia perso nella realtà dei padri di oggi e soprattutto che non sia stato sostituito da un altrettanto valido modello di riferimento che possa rendere l’esperienza paterna parallela a quella materna.

 

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