Genitorialità: depressione post- partum

La nascita di una madre e la depressione post-partum

 

 “Figura a una finestra” 1925, di S. Dalì.

“Figura a una finestra” 1925, di S. Dalì.

“Una donna non può vivere da sola la propria maternità. Nonostante si tratti di un’esperienza prevalentemente individuale, essa necessita della collaborazione e del calore di altre donne” (Bydlowski, 2000)

 

Esercizio-Esperienza-Pratica. Ecco le tre dimensioni, le tre regole complementari attraverso cui si sviluppa la genitorialità.

Lo so, sembra che stiamo parlando di lavoro ed in effetti….

Così come un progetto di lavoro prima di essere realizzato viene immaginato, anche la genitorialità inizia con il desiderio di avere un figlio e, continuando il nostro parallelismo, anche per realizzare il progetto di essere genitore ci vogliono degli strumenti. Quali?

Il modello di relazione appreso durante la propria infanzia e quindi interiorizzato (sostanzialmente come abbiamo imparato dai nostri genitori a fare i genitori mentre eravamo bambini); e la rappresentazione che si ha di questo ruolo nel mondo per entrambe i genitori (influenzata anche dalla propria cultura e dalla propria società di appartenenza).

Il lavoro che scegliamo di fare definisce il nostro ruolo nel mondo ed influisce sulla nostra personalità? Anche l’essere genitore.

La nascita di un bambino rappresenta un evento molto importante e delicato nella vita di una coppia e nella donna implica profonde trasformazioni da un punto di vista fisico, psicologico e relazionale.

Nelle prime fasi della maternità ogni donna attraversa un periodo che Winnicott definisce “preoccupazione materna primaria”, uno stato psicologico in cui la madre è profondamente assorbita dalle fantasie e dalle esperienze riguardanti il figlio.

Si tratta di una funzione adattiva positiva che in genere ha inizio negli ultimi tre mesi della gravidanza e si protrae fino ai primi tre mesi di vita del bambino, consentendo alla madre di comprendere i bisogni del figlio e di rispondervi in maniera sensibile. Quando però tale stato emotivo di preoccupazione persiste nel tempo crea nella madre un ritiro da se stessa e dalla realtà, portandola ad occuparsi esclusivamente dei bisogni del bambino, alterando il proprio rapporto con l’ambiente esterno e favorendo l’insorgenza di disturbi depressivi nel periodo del post partum (Hung, 2004).

Stern (1995) parlava di “costellazione materna”.

Un aspetto particolarmente importante, enfatizzato da Stern, è il bisogno da parte delle neomamme di avere attorno a sé altre donne con esperienza. L’Autore definisce tale esigenza “fantasia di una nonna benevola”, cioè desiderio di avere vicino una donna più esperta e benevola, che possa supportarle nelle prime fasi di accudimento del bambino.

Nella nostra società però, spesso la donna sperimenta la maternità in una condizione di isolamento, per esempio se per motivi di lavoro si vive lontani dalla famiglia d’origine, in cui si trova sola a vivere i profondi cambiamenti legati a tale fase della vita.

Come descritto sopra, l’acquisizione del ruolo genitoriale è strettamente correlata, non solo alla rappresentazione mentale di tale ruolo, ma anche all’esperienza della relazione con le proprie figure di attaccamento. Ciò implica che la nascita di un figlio può far riemergere, nel padre così come nella madre, quegli stessi vissuti psicologici (abbandono, gelosia, rivalità) che caratterizzavano le relazioni con i propri genitori.

La depressione post partum non è inevitabile, anche se è specificamente collegata alla maternità, intesa come un periodo critico di profonda vulnerabilità che porta con sé grandi trasformazioni sotto l’aspetto psicologico, fisico, culturale, spirituale ed emotivo.

Ma cos’è la depressione post-partum?

Da un punto di vista diagnostico, il DSM-IV (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders; American Psychiatric Association, 2000) non classifica la depressione post partum come un disturbo specifico, ma offre la possibilità di aggiungere la voce “post partum” per specificare il momento di esordio di un disturbo dell’umore, se questo avviene entro le prime quattro settimane dopo il parto. 

Lo studio meta-analitico condotto dall’Agency for Healtcare Research and Quality sui risultati delle ricerche longitudinali dedicate all’argomento pubblicate dal 1980 al 2004 (Gaynes et al., 2005) restituisce un tasso medio di prevalenza per la depressione tra l’8,5% e l’11% durante la gravidanza e tra il 6,5% e il 12,9% nel primo anno dalla nascita del bambino. Un dato particolarmente significativo appare quello relativo ai primi quattro mesi successivi al parto, in cui il 19,2% delle donne presenta un episodio depressivo.

La sintomatologia della depressione post partum è costituita da disturbi che persistono in modo continuativo per almeno una settimana: umore depresso, agitazione, difficoltà di concentrazione, ansia, pianto, basso livello di energia, perdita di interessi, stanchezza, disturbi del sonno e dell’appetito, sensi di colpa, svalorizzazioni e  ideazioni suicidare.

La sintomatologia può essere lieve o moderata, e quindi durare da alcune settimane a pochi mesi, con facile remissione, oppure più grave, e durare un anno o più.  Il rischio principale per una donna che abbia sofferto di depressione post  partum è di andare incontro ad episodi depressivi, nell’arco di 5 anni, con una probabilità maggiore rispetto alle donne che non hanno mai sofferto di depressione post partum.

Come detto sopra la depressione post partum non è inevitabile e non devi confonderla con la preoccupazione materna primaria che invece è un importante funzione di sincronizzazione tra madre e figlio, tuttavia, se anche tu ti riconosci nella sintomatologia specifica descritta non esitare a chiedere aiuto contattandomi telefonicamente o compilando il format sottostante.

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